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martedì, 29 Settembre 2020
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Un sacerdote confessa com’è ascoltare i peccati della gente

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Un sacerdote confessa com’è ascoltare i peccati della gente

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Intervista a monsignor Charles Pope sul sacramento della Riconciliazione

Si è scritto molto sul sacramento della Riconciliazione – la teologia sottostante, le sue prove scritturali, il suo potere e i suoi benefici per i penitenti… -, ma com’è, a livello di esperienza, per un sacerdote ascoltare i peccati degli altri settimana dopo settimana, mese dopo mese? Può essere un peso? Influisce sulla vita spirituale di un presbitero? L’editore di lifestyle dell’edizione inglese di Aleteia, Zoe Romanowsky, ha chiesto a monsignor Charles Pope com’è sentire confessioni da 24 anni.

Monsignor Pope è parroco della chiesa Holy Comforter-St Cyprian di Washington, D.C. (Stati Uniti). Si è laureato presso il seminario Mount Saint Mary, dove ha conseguito un master in Divinità e un master of arts in Teologia morale. Ordinato sacerdote nel 1989, serve da allora nell’arcidiocesi di Washington. Monsignor Pope ha guidato studi biblici al Congresso degli Stati Uniti e alla Casa Bianca, e attualmente è il decano del Decanato del Nord-Est e coordinatore arcidiocesano per la celebrazione della Messa latina. Insegnante, direttore di ritiri, direttore spirituale e scrittore affermato, scrive un articolo ogni settimana su Our Sunday Visitor e modera un blog quotidiano per l’arcidiocesi di Washington.

Monsignor Pope, si ricorda la prima volta che ha ascoltato una confessione, e com’è stata?
Mi ricordo. Qualcuno può avermi chiesto di ascoltare la sua confessione prima che io mi recassi in parrocchia, ma sedermi nel confessionale per la prima volta è stato memorabile perché c’era qualche problema con il confessionale. Mi sentivo già un po’ nervoso e qualcuno è entrato e si è inginocchiato, e allora lo schermo è crollato e all’improvviso c’era la faccia di una persona che fissava la mia. La signora era imbarazzata, visto che si aspettava una confessione anonima, e io mi sono agitato a tal punto da mettermi a frugare tutto intorno alla ricerca della formula dell’assoluzione, anche se l’avevo memorizzata, quindi è stata sicuramente un’esperienza memorabile!

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Avevo appena 27 anni quando è successo, e alcune delle cose che sentivo durante le confessioni del sabato erano piuttosto complicate. Voglio dire, quale consiglio saggio potevo dare a un settantenne con problemi matrimoniali, ad esempio? È sorprendente la fiducia che la gente ripone nei sacerdoti quando va da loro. Noi dobbiamo aver fiducia nel fatto che Dio opererà attraverso di noi.

Cosa è cambiato nel modo in cui ascoltava le confessioni all’inizio del suo ministero sacerdotale e quello in cui le ascolta ora?
La cosa principale è che ho imparato a incoraggiare le persone ad andare più a fondo nella loro confessione. Ciò che succede in genere è che la gente dice ciò che ha fatto e non ha fatto, e questo va bene, ma la questione più profonda è il perché. Quali sono le spinte più profonde? Penso che ora sono più capace di ascoltare le cose che la gente mi dice e di capire come sono collegate.

C’è una lunga lista di cose su cui incoraggio la gente a riflettere quando si prepara per la confessione, o dopo, come i sette peccati capitali, gli atteggiamenti, l’arroganza, la rabbia. Fare questo aiuta a far diventare le confessioni vive. Molti si frustrano perché confessano sempre le stesse cose… la chiave è andare più a fondo.

Cosa le ha insegnato sulla natura umana il fatto di ascoltare i peccati della gente giorno dopo giorno?
Mi ha insegnato ad avere pazienza con la condizione umana. Tutti noi abbiamo le nostre fissazioni, le nostre lotte. C’è un appello a prendere il peccato sul serio, ma nella maggior parte delle confessioni la gente ha a che fare con le proprie lotte, e ho scoperto che le lotte delle persone e i loro punti di forza sono strettamente collegati. Forse una persona è bravissima nei rapporti con le persone ma non con le cose, ad esempio, oppure è davvero passionale ma lotta con la castità. Le nostre lotte e i nostri punti di forza sono spesso collegati.

Ricordo che un confessore mi disse: “Indipendentemente da come risolvi questa cosa, non distruggere in questo processo Charlie Pope”. Ho preso a cuore questo consiglio. Spesso potremmo risolvere i nostri peccati in un modo che ci farebbe rinunciare ai nostri punti di forza, ma il Signore vuole che superiamo questo aspetto.

Che influenza ha avuto su di lei a livello emotivo e psicologico ascoltare confessioni per tanti anni?
La prima sensazione che ho quando qualcuno viene a confessarsi è sollievo. Ha ascoltato il Vangelo e questo lo ha portato al pentimento, ma anche alla speranza e alla grazia. Sono così felice che sia lì ed è il momento di essere gentile e di ascoltare. Uno dei pericoli per i sacerdoti è che siamo un po’ come i medici. Ricordo che anni fa sono andato da un medico che praticava da anni. Non lo sapevo, ma mi ero rotto le costole e pensavo di avere qualcosa di terribile. L’atteggiamento del medico era del tipo “Devi esserti rotto le costole, è una stupidaggine”. Aveva visto cose come quella milioni di volta, ma per me era tutto nuovo e spaventoso.

Come sacerdoti, abbiamo sentito di tutto e può esserci la tendenza a mettere un po’ il pilota automatico. Dobbiamo combattere questa tentazione. In quel momento dobbiamo cercare di stare con quella persona. Può essere la confessione numero trenta della giornata, ma non lo è per la persona che ci sta davanti. È importante cercare di “stare” nella situazione. Io cerco di “stare” ricordando San Giovanni Maria Vianney, che diceva di essere duri dal pulpito ma gentili nel confessionale.

Come si prepara spiritualmente ad ascoltare confessioni? Alla fine fa qualcosa di specifico che la aiuta a dimenticare ciò che ha ascoltato e ad andare avanti?
Mi confesso ogni settimana. I sacerdoti dovrebbero confessarsi spesso, altrimenti non possono essere confessori efficaci. La ritengo una preparazione importante. Il resto è principalmente quella che definiamo preparazione “remota”. Sono un blogger e uno scrittore, e buona parte del mio lavoro riguarda la vita spirituale e morale, per cui faccio molte letture spirituali. Credo che sia una condicio sine qua non per i sacerdoti, ed è sicuramente molto importante per me. In genere leggo qualche libro in un dato momento, e faccio un’Ora Santa ogni giorno. Ci sono dei momenti morti nel confessionale, e ne approfitto per sentirmi grato per la misericordia di Dio. Quando la gente mi chiede come sto, mi piace rispondere “Sono piuttosto benedetto per essere un peccatore”.

So che il sigillo della confessione è sacrosanto. Desidera mai poter condividere ciò che ha ascoltato con qualcun altro, o elaborare ciò che ha sentito?
Il divieto non è così assoluto da non poterne mai parlare; non si possono condividere particolari o qualsiasi informazione che permetta di identificare una persona, ma posso andare da un confratello sacerdote e parlare con lui a patto che non scenda nei dettagli. Ogni tanto posso anche usare qualcosa in un’omelia, ma sempre in modo molto generale.

Penso che tutti i sacerdoti sperimentino questo fatto, ma quando sono stato ordinato Dio mi ha benedetto con una scarsa memoria. Come sacerdote, senti così tante cose che è davvero difficile ricordare cosa ti ha detto la gente, e c’è tanto da tenere riservato – i consigli che dai, l’aiuto alle persone in crisi… Dopo qualche anno di sacerdozio, in genere alla fine della giornata non si riesce a ricordare ciò che si è ascoltato in confessione. La scarsa memoria è una grazia che ci offre Dio.

Come ha cambiato la sua vita spirituale il fatto di essere un confessore?
Per me è un dono immenso. La parola che mi viene in mente è umiltà. È una cosa notevole, il fatto che io stia seduto lì operando quello che San Paolo chiamava il “ministero della riconciliazione”. In realtà non lo opero io, ma il Signore. Gesù assume la persona del sacerdote; l’umanità del sacerdote è il pane del sacramento degli Ordini Sacri. Gesù ci assume e ci usa. Questo mi fa chiedere cosa ci sia in me per essere stato scelto per fare questo. C’è di fondo l’umiltà, in modo quasi spaventoso.

Ascoltare confessioni influenza il modo in cui lei stesso si accosta al sacramento e viceversa?
Sicuramente. Ad esempio, se interrompo rapidamente qualcuno cerco di ricordare che non mi piace essere interrotto durante la confessione. A volte bisogna farlo, ovviamente, ma cerco di ascoltare bene. In genere vado dallo stesso confessore, ma a volte posso trovarmi in un ambiente diverso e sono consapevole della bellezza di avere qualcuno che ascolta. C’è qualcosa di così potente nell’ascolto, permette a una persona di scaricarsi. Ciò che dico come confessore è una piccola parte. Ho imparato anche come direttore spirituale. Nel lasciar parlare la persona, c’è una guarigione. Spero di trasmettere la mia gioia per il fatto che la persona è lì. Vorrei che si sentisse a suo agio nel parlare.

Cosa rende un confessore grande?
La capacità di ascoltare. Dico ai giovani sacerdoti con cui lavoro che il 90% è l’ascolto – non si deve avere un consiglio saggio in ogni momento, non è questo l’obiettivo della confessione. Alla fine della giornata, il dono di aver ascoltato con misericordia è sufficiente.

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