III Domenica di Pasqua – Anno A – 26 aprile 2020

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Egli, come ai discepoli di Emmaus,

svela il senso delle scritture e spezza il pane per noi.

di Giuseppe Gravante, III Domenica di Pasqua – Anno A

At 2, 14a.22-33; 1Pt 1, 17-21; Lc 24, 13-35

Mostraci, Signore, il sentiero della vita.

Il centro nevralgico della Parola di Dio di questa III Domenica di Pasqua è certamente la narrazione ripetuta degli eventi pasquali. I due discepoli, con-protagonisti della narrazione evangelica, raccontano la vicenda di Gesù non tradendo una certa delusione e tristezza. La lente con cui leggono gli eventi è la speranza infranta.

Il motivo di questa frustrazione è di facile intuizione: il fraintendimento del messianismo di Gesù che non contempla la passione. Ciò comporta che la notizia della risurrezione rimanga loro inaccessibile e oscura.

I due discepoli, detti di Emmaus, sono in cammino per allontanarsi da Gerusalemme: si allontanano dalla città della crocifissione, dalla comunità ecclesiale e dal loro stesso essere discepoli. «Conversavano e discutevano» (Lc 24, 15), manifestazione di una memoria conflittuale degli eventi, carica di cecità durante l’incontro con il risorto e segno che il loro vedere non è paragonabile all’esperienza del conoscere e comprendere.

Anche Gesù, parallelamente al loro discorrere e mentre ne condivide il viaggio, inizia una narrazione degli eventi pasquali (offrendone un’interpretazione particolare); la chiave di lettura, infatti, non è la frustrazione bensì la “gloria”: «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24, 26). La narrazione di Gesù si dipana sullo sfondo delle Scritture e la passione è inserita all’interno di un piano di salvezza che ha nella risurrezione il suo centro.

La pedagogia di Gesù, con-pellegrino nel viaggio di fede dei due, è delicatissima; diventa il modello di atteggiamento che la Chiesa dei nostri giorni dovrebbe possedere. Egli si accosta a loro, ascolta le esplicitazioni del loro stato d’animo, condivide un tratto di cammino e benevolmente li accompagna nella loro scoperta. Si inscrive in questa logica l’insegnamento a non alienarsi dalle vicende di coloro che non riescono a vedere, l’invito alla delicatezza senza dimenticare di intervenire con decisione. Solo dopo questo percorso spirituale, giunge l’evento culminante: «Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e Io diede loro» (Lc 24, 30). Il richiamo all’ultima cena, col suo circolo di esperienza e significati, è evidente: l’Eucaristia dice gli eventi pasquali e gli eventi pasquali danno perenne attualità ed efficacia all’eucaristia.

Tutto ciò ha delle conseguenze. I due discepoli ora lo riconoscono: è Gesù, il risorto! Ma alla loro comprensione si accompagna la sua sparizione. Alla vista fisica, insufficiente, si sostituisce la visione nella fede. Una nuova narrazione del loro cammino e della vicenda di Gesù ha inizio, ma questa volta alla luce di un’esperienza nuova: stravolti dai segni della risurrezione.

Questa fede è il nucleo sul quale si fonda la vita e la testimonianza della Chiesa. La Chiesa è la comunità di coloro che credono in Dio e si riconoscono nella comune fede nel Cristo crocifisso e risorto (1Pt 1, 21). Da questa fede sgorgano un rapporto filiale col Padre e una speranza (1Pt 1, 21). Tutto ciò fa sì che i cristiani siano nel mondo come «stranieri» (1Pt 1, 17), come cittadini attivi nella terra che abitano, ma consapevoli di possedere il passaporto di un’altra patria, quella celeste.

Tutti allora, siamo in pellegrinaggio, tutti condividiamo un tratto di questo percorso, tutti siamo accompagnati da Gesù e tutti ci accompagniamo reciprocamente, narrandoci l’un l’altro la storia del Risorto.

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