Domenica delle Palme – Anno A – 9 aprile 2017

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Ascoltiamo il Vangelo:

“…Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei». 

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce! 
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo:  «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!».  Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!».  Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

Elì, Elì, lemà sabactàni? 
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce:  «Elì, Elì, lemà sabactàni?»,  che significa:  «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?».  Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano:  «Costui chiama Elia».  E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano:  «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!».  Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito…”.


            Un cristianesimo senza croce è monco, vuoto, ferito, inutile. E’ come un abbraccio senza amore, una stagione senza sole, un cammino senza meta. Dalla croce di Cristo sgorga la salvezza per ogni uomo, risorge la speranza, si riabilita l’umanità ferita e distrutta. Dalla croce si attinge l’amore distillato di Dio. Un amore donato, sacrificato, immolato. La Croce non è un ornamento da mettere sull’altare, sul petto o appeso ai muri delle nostre abitazioni e uffici. ma il mistero dell’amore di Dio.

“Il cristianesimo non è una dottrina filosofica, non è un programma di vita per sopravvivere, per essere educati, per fare la pace. Queste sono conseguenze. Il cristianesimo è una persona, una persona innalzata sulla Croce, una persona che annientò se stessa per salvarci; si è fatta peccato. E così come nel deserto è stato innalzato il peccato, qui è stato innalzato Dio, fatto uomo e fatto peccato per noi. E tutti i nostri peccati erano lì. Non si capisce il cristianesimo senza capire questa umiliazione profonda del Figlio di Dio, che umiliò se stesso facendosi servo fino alla morte e morte di Croce, per servire” (Papa Francesco).

            Per sapere davvero chi sia Dio dobbiamo inginocchiarci ai piedi della croce. Lì scopriremo le vertigini alle quali Dio ci innalza col suo amore immolato, perché la croce è l’Everest dell’amore di Dio. E’ la rivelazione della sua onnipotenza. Guardare la croce significa leggere l’intensità e la modalità con la quale Dio dice di amarmi. Non a parole, con vaghe promesse, ma con i fatti. Toglie a se stesso per dare a noi. Si umilia, accetta la derisione, l’esclusione, la soppressione, eppure non si lamenta, anzi perdona, scusa, dona il paradiso, dona la sua mamma, ci affida la culla e il nido della sua vita: la Madonna.

Ecco perché la croce è la cattedra più alta e nobile del cristianesimo, la cattedra sulla quale solo Dio è professore ordinario e stabile perché solo lui c’è stato, perché insegna non con le parole ma col dono di se stesso. Ama da morire e muore d’amore. Per me, per te, per tutti.

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