XVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 28 luglio 2019

Il Vangelo della Festa

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Pregare al plurale

 (Genèsi 18, 21-21. 23-32; Colossèsi 2, 12-14; Luca 11, 1-13)

Ascoltiamo il Vangelo:

“Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:
“Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione”».
Poi disse loro: «Se uno di voi ha un amico e a mezzanotte va da lui a dirgli: “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da offrirgli”; e se quello dall’interno gli risponde: “Non m’importunare, la porta è già chiusa, io e i miei bambini siamo a letto, non posso alzarmi per darti i pani”, vi dico che, anche se non si alzerà a darglieli perché è suo amico, almeno per la sua invadenza si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono.
Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!»”.

L’arte del pregare non si esprime nella ricchezza delle parole ma nell’intensità dell’amore che abita colui che la vive. Pregare è esporsi al calore dell’amore di Dio avendo lo sguardo rivolto ai fratelli. Non si può pregare pensando o richiudendosi solo in se stessi. Il soggetto della preghiera è sempre Dio che si deve incontrare per lodarlo, benedirlo, ringraziarlo e poi manifestandogli la propria vita chiedergli la forza di viverla con gioia, intensità e coinvolgimento.

Ai discepoli che chiedono a Gesù d’imparare a pregare egli risponde consegnando la preghiera del Padre nostro. Nostro appunto e non mio. Una preghiera al plurale e non al singolare. Ciò che chiedo per me può essere utile e necessario anche per gli altri se non addirittura indispensabile, allora deve essere preoccupazione e sensibilità fraterna quella che ci deve portare ad interessarci di tutti. Dio non è padre di figli singoli, unici si, nel senso di irripetibili, ma facenti parte di un’unica famiglia. E’ ovvio che non posso aspirare, chiedere qualcosa per me senza pensare agli altri. Questo determinerebbe la trappola “della globalizzazione dell’indifferenza”.

Ma Gesù va anche oltre, dopo aver insegnato a lodare il Padre, a manifestargli i bisogni e le necessità di ciascuno, insegna a chiedere il bisogno del pane quotidiano. Accontentarci dell’oggi, il domani non ci appartiene. Ogni giorno aprire il cantiere dell’amore, della solidarietà senza ipotecare il futuro. Progettare in un oggi continuo ma nella consapevolezza che tutto proviene da Dio.

La vita siccome è aggredita e abbrutita dalla tentazioni. a cui spesso si soccombe, allora Gesù indica di chiedere la forza d’essere capaci di trasformarla in attestato di fedeltà, in banco di prova per rimanere uniti al cuore di Dio. E poi, infine, la grande lezione del perdono: perdonare per essere perdonati. Oggi questo è il pane quotidiano che manca alla mensa dell’umanità: il perdono. La capacità di comprendersi, amarsi anche dopo l’errore, la possibilità di recuperare. Questa condotta ci farebbe entrare in una nuova civiltà: quella dell’amore. Ci farebbe stazionare nel cuore di Dio rivelandone tutta la sua bellezza paterna e universale.

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