IV Domenica del Tempo Ordinario – Anno A – 29 gennaio 2017

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Il discorso della montagna e non una montagna di discorsi

Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»”.

 

Gesù è molto pratico, semplice e ispirato nei suoi insegnamenti. In modo particolare lo è nel cosi detto “discorso della montagna”. Una mentalità innovativa, rivoluzionaria, una sorte di capovolgimento copernicano, ispirato alla non violenza, al pacifismo, al rispetto di ogni uomo e di ogni esigenza. Un mondo basato non sulla sopraffazione, sulla rivalità, sull’indifferenza, bensì radicato nel rispetto profondo, convinto e coinvolgente verso ogni creatura, verso il simile. L’umanità vista come unica grande famiglia dove c’è spazio per tutti e per ogni esigenza. Le beatitudini sono difficili ma non ostili, non impossibili. Sono compatibili con coloro che vogliono ascoltare il discorso della montagna ed evitare di fare una montagna di discorsi per spiegarlo. Occorre cimentarsi sul campo per praticare la bellezza di un insegnamento pacifico e costruttivo, positivo e innovativo, rivoluzionario ma pacifico.

L’insegnamento di Gesù spinge ciascuno ad approdare verso le necessità e l’intimo di tutti coloro che incontriamo, cerchiamo per incontrare e con cui stabiliamo alleanze, sinergie e collaborazioni. Le beatitudini non sono un ulteriore o nuovo carico di responsabilità, regole, stili di vita, sono semplicemente uno stimolo a produrre amore, rispetto, tolleranza, attenzione, servizio, premura. Quando tutto questo lo si condito ed ispirato all’amore gratuito e semplice, non appare mai come un peso ma una liberazione, una necessità inscritta nel DNA stesso dell’amore.

Il comune denominatore di questi insegnamenti è sentirsi proclamati “beati” ancor prima di meritarlo. Beati, cioè felici, sereni, appagati, non furbi, migliori, sopraffattori, ma entusiasti nel fare, nel cercare il bene per se stessi e in favore degli altri. Cercatori di felicità, non con i mezzi e nelle esperienze più accattivanti, remunerative, ma mettendo se stessi al servizio di ciò che si cerca e si desidera. Dio propone percorsi nuovi e stati d’animo diversi. Anche l’afflizione, la povertà, il pianto, il disagio, la fame e la sete di giustizia; la trasparenza del cuore, il desiderio della pace, perfino la persecuzione, in nome di Cristo, possono essere veicoli di beatitudine. Gesù, col suo insegnamento, sposta l’asse d’interesse, dal tornaconto personale, al servizio verso l’altro; dall’interesse di realizzare, accumulare, all’attenzione verso le altrui necessità.

Prima tu, poi io. Io, come conseguenza, non come riferimento prioritario e primario. Tu, primo destinatario del mio interesse, del mio servirti, accoglierti, farti compagnia. La beatitudine sarà il salario di chi pratica questa scelta e vive questo stato. A volte sembra un’utopia irrealizzabile e irraggiungibile, ma è il sogno degli ardui, degli impavidi, degli innamorati di Dio, di chi vuole scommettere, di chi è capace di aprire nuove piste, nuovi percorsi, tracciare strade nuove con la logica della non violenza, del rispetto e dell’inclusione. Solo allora si dischiuderà il cuore alla beatitudine, altrimenti rimarrà per sempre aggrovigliato nelle sue spine che non fioriranno mai.

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