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XII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 19 giugno 2016

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XII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 19 giugno 2016

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Ascoltiamo il Vangelo:

 “Un giorno Gesù si trovava in un luogo solitario a pregare. I discepoli erano con lui ed egli pose loro questa domanda: «Le folle, chi dicono che io sia?». Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto». Allora domandò loro: «Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio». Egli ordinò loro severamente di non riferirlo ad alcuno. «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà»”.

 

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Con Dio occorre saper perdere per avere. Ma, perdere non significa sciupare, non realizzare, dissipare le proprie energie e risorse. Perdere significa donare, investire nella dimensione del dono del servizio. Questo insegnamento Gesù lo dona dopo che Pietro a nome di tutta la “squadra” risponde in modo ineccepibile alla domanda di Gesù che chiede di conoscere cosa essi pensano di lui  dopo che gli hanno riferito quanto, sempre di lui, dice la gente. Pietro gli afferma che lui è l’Unto, l’Inviato del Padre e Gesù, con questa autorità, insegna: “Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà»”.

Me Gesù perché chiede ciò che già sa? Vuole che i suoi amici diano una risposta con la consapevolezza della loro fragilità, delle loro convinzioni e perché, soprattutto, Gesù non interroga la mente ma coinvolge il cuore. Ci delle domande nella vita che non hanno il sapore e il gusto della memoria, dell’intelligenza, ma della dimensione affettiva del cuore. La mente può ripetere ciò che appartiene a tutti anche se condiviso e costruito assieme. Il cuore trabocca di ciò che è prettamente suo, che gli appartiene. La mente e il cuore umano sono come un grembo generatore, danno vita a progetti sentimenti, sensazioni, emozioni, Gesù vuole che i suoi amici rivelino ciò che è depositato nel loro cuore, nel loro animo.

Solo dopo aver ricevuto la risposta del e dal cuore, Gesù può impegnare la loro vita in una sfida: quella del dono, del perdere, perfino la propria vita, per investirla in favore degli altri. E’ una proposta, una sfida, così ardua che, se non parte da un cuore sereno, appagato, riceverà solo rifiuto, seppellito dall’incomprensione o dall’avversione a perdere tutto per dare ed arricchire gli altri. La risposta ricevuta da Gesù diventa la scintilla per accendere un fuoco inestinguibile. D’altronde, lui stesso, aveva detto che era venuto a portare il fuoco, non da piromane ma da consolatore, da colui che è capace di saziare ogni fame, ogni anelito, ogni necessità.

Investire la propria vita significa dare tutto, mettere a rischio ogni cosa. Già questo è difficile, se il profitto ha noi stessi come destinatari, immaginiamo come lo sia se il vantaggio e il punto di convergenza, d’interesse, sono gli altri. Perdere per avere, dividere per moltiplicare, spendere per possedere, dare per ricevere sono atteggiamenti e scelte che secondo la mentalità comune sono da suicidio, da perdenti in partenza, ma Gesù proprio questo insegna: “Suicidarsi” donarsi per amore e per la causa evangelica, significa guadagnare, salvarsi perché ci si immette nel flusso della logica della croce che ha Cristo come protagonista, e come porta bandiera, perché vuole essere il primo, ma nel dare la sua vita per amore e per servire le necessità di chiunque sia nel bisogno.

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