II Domenica del Tempo Ordinario
Prima Dio, poi tu, infine io
(Isaia 49, 3.5-6; 1 Corinzi 1, 1-3; Giovanni 1,29-34)
Ascoltiamo il Vangelo:
“In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
La grande causa dell’infelicità umana è l’orgoglio che è anche il più grande peccato. A causa dell’orgoglio ci allontaniamo da Dio e dal prossimo. Presumiamo d’essere bastevoli a noi stessi ma poi ci accorgiamo del nostro insuccesso e delle nostre sconfitte ed assaporiamo un retrogusto di amarezza e pesantezza.
Per questo Dio, venendo sulla terra, ha preso una strada contrapposta al nostro orgoglio e in alternativa ad esso. Betlemme, il Golgota, una vita itinerante, gli insegnamenti pratici e concreti ci fanno conoscere un Dio che spoglia sé stesso, immola la sua vita, si sacrifica, per donare pace e salvezza, gratuita, a tutto il genere umano.
Il vero antidoto all’orgoglio è il dono di sé. L’umiltà. Dio si fa bambino: debole, fragile, inoffensivo. Muore sulla croce, sconfitto, abbandonato. Lì inchioda tutto l’orgoglio dell’umanità. Ma proprio da Betlemme e dal Golgota viene seminato un nuovo seme. Una nuova modalità di relazionarsi col prossimo. Ridurre se stessi, abbassare il tasso di orgoglio e far crescere, favorire, l’interesse per gli altri.
La vera arte consiste nell’umiltà. Non significa degradarsi, annullarsi ma porsi al servizio del prossimo in modo disarmato, colloquiale, collaborativo. Non esisto solo io. Non devo promuovere la mia immagine per produrre una super valutazione di me stesso. È l’altro il punto di interesse per uno che cerca d’essere umile. Prima Dio, poi tu, infine io.
Giovanni, il Battezzatore, questo ci insegna. Lui indica il vero agnello. La vera vittima sacrificale. Colui che cancella il peccato del mondo. Gesù è venuto nel mondo no per giudicarlo, condannarlo, ma indirizzarlo, istruirlo e lo fa attraverso il sacrificio di se stesso. Non viene in cerca di consenso di applausi compiacenti, lui è venuto per donare la sua stessa vita. Ha un intento altamente immolativo, sacrificale. Annulla la sua vita per dare vita. È come il chicco di cui lui stesso parla che, se caduto a terra non muore non può dare frutto.
Papa Francesco ha insegnato: “Per essere grandi bisogna prima di tutto saper essere piccoli. L’umiltà è la base di ogni vera grandezza”. Questo presuppone uno svuotamento di se stessi per fare spazio agli altri. Ma sarebbe riduttivamente un gesto filantropico se si basasse solo sul nobile concetto di prossimità. Occorre saziarsi di Dio per arrivare agli altri, eleggerli a primari nel nostro gesto e nella nostra considerazione per il fatto che siamo fratelli. Tutto parte da Dio, attraversa gli altri, per giungere a noi stessi.
“Corriamo il rischio di adattarci a Dio ma non di convertirci a Dio” (Benzi) Anche il diavolo sa che Dio esiste ma questo non cambia la sua vita anzi la peggiora perché lo avversa lo combatte. La vera scuola dell’umiltà è allora mettersi alla scuola di Dio , convertire se stessi e disegnare una mappa dove la priorità è il “vostro, poi il tuo, infine il mio.













