«I cristiani hanno diritto a professare liberamente la propria fede».

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All’udienza generale l’appello per i cristiani perseguitati. Bergoglio sottolinea che vescovi, preti e diaconi non possono essere autoritari e hanno da imparare anche da chi è lontano dalla Chiesa. Ricorda i 43 studenti messicani bruciati e condanna il narcotraffico

IACOPO SCARAMUZZI

CITTÀ DEL VATICANO

Papa Francesco ha fatto appello per una “vasta mobilitazione di coscienze” a favore dei cristiani perseguitati in varie parti del mondo, al termine dell’udienza generale in piazza San Pietro, denunciando la “assurda violenza” di cui sono vittime. Nella catechesi il Papa è tornato a parlare del ruolo dei pastori nella Chiesa, sottolineando che essi possono imparare “anche da coloro che possono essere ancora lontani dalla fede e dalla Chiesa”. In spagnolo, infine, Jorge Mario Bergoglio ha ricordato tanto gli accordi di pace raggiunti 30 anni fa dal suo paese, l’Argentina, con il Cile, grazie alla “volontà di dialogo”, quanto la recentetragedia dei 43 studenti sequestrati e bruciati in Messico, occasione per una denuncia del narcotraffico.

“Con grande trepidazione – ha detto il Papa argentino a conclusione dell’udienza – seguo le drammatiche vicende dei cristiani che in varie parti del mondo sono perseguitati e uccisi a motivo del loro credo religioso. Sento il bisogno di esprimere la mia profonda vicinanza spirituale alle comunità cristiane duramente colpite da un’assurda violenza che non accenna a fermarsi, mentre incoraggio i Pastori e i fedeli tutti ad essere forti e saldi nella speranza. Ancora una volta, rivolgo un accorato appello a quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale, come pure a tutte le persone di buona volontà, affinché si intraprenda una vasta mobilitazione di coscienze in favore dei cristiani perseguitati. Essi hanno il diritto di ritrovare nei propri Paesi sicurezza e serenità, professando liberamente la propria fede”. Il Papa ha concluso l’appello invitando i fedeli presenti in piazza San Pietro a pregare il Padre Nostro “per tutti i cristiani perseguitati perché cristiani”.

Il Papa ha ripreso, nella catechesi, il tema del “ministero dei vescovi, coadiuvati dai presbiteri e dai diaconi”, già iniziato la scorsa settimana, partendo dalla domanda “che cosa viene richiesto a questi ministri della Chiesa, perché possano vivere in modo autentico e fecondo il proprio servizio?”.

Il Papa ha riecheggiato San Paolo quando ha menzionato alcune qualità squisitamente umane” che devono avere i pastori: “l’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore”. E’ “l’alfabeto la grammatica di base di ogni ministero” perché “senza questa predisposizione bella e genuina a incontrare, a conoscere, a dialogare, ad apprezzare e a relazionarsi con i fratelli in modo rispettoso e sincero, non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosi e credibili”. In secondo luogo, “deve essere sempre viva la consapevolezza che non si è vescovi, sacerdoti o diaconi perché si è più intelligenti, più bravi e migliori degli altri, ma solo in forza di un dono, un dono d’amore elargito da Dio, nella potenza del suo Spirito, per il bene del suo popolo” e di conseguenza un pastore “che è cosciente che il proprio ministero scaturisce unicamente dalla misericordia e dal cuore di Dio non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale”. Infine, “la consapevolezza che tutto è dono, tutto è grazia, aiuta un Pastore anche a non  cadere nella tentazione di porsi al centro dell’attenzione e di confidare soltanto in se stesso. Sono le tentazioni della vanità, dell’orgoglio, della sufficienza, della superbia. Guai se un vescovo, un sacerdote o un diacono pensassero di sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa e di non avere bisogno di nessuno. Al contrario, la coscienza di essere lui per primo oggetto della misericordia e della compassione di Dio deve portare un ministro della Chiesa ad essere sempre umile e comprensivo nei confronti degli altri. Pur nella consapevolezza di essere chiamato a custodire con coraggio il deposito della fede, egli si metterà in ascolto della gente. E’ cosciente, infatti, di avere sempre qualcosa da imparare, anche da coloro che possono essere ancora lontani dalla fede e dalla Chiesa”.

Al momento di salutare i fedeli di lingua spagnola il Papa ha ricordato i 43 studenti uccisi in Messico in una vicenda, legata al narcotraffico, che ha portato all’arresto dell’ex sindaco della città di Iguana. Un coinvolgimento istituzionale al quale il Pontefice argentino è sembrato fare riferimento quando ha parlato di “legal desapariciòn”: vorrei “esprimere la mia simpatia e la mia vicinanza”, ha detto, in questo “momento doloroso” segnato dalla “tragedia della sparizione legale degli studenti, che ora sappiamo essere stati assassinati”. Una vicenda che rende “visibile la verità drammatica di tutta la criminalità che esiste con il traffico di droga”. Il Papa ha anche salutato i pellegrini cileni e argentini, in occasione del 30esimo anniversario del trattato di pace tra i due paesi, successivo al cosiddetto “conflitto del Beagle”, sottolineando che l’accordo è stato raggiunto, in Vaticano, grazie alla “volontà di dialogo”. Jorge Mario Bergoglio ha rivolto un pensiero di gratitudine, in particolare, per Giovanni Paolo II e il cardinale Antonio Samoré. A fine udienza il Papa si è soffermato a lungo con i pellegrini latino-americani.

Alle nove, prima dell’udienza, Papa Francesco ha peraltro ricevuto, nell’auletta della stessa aula Paolo VI, i partecipanti al III Forum cattolico-musulmano. La delegazione cattolica è guidata dal cardinale Jean-Louis Tauran e quella musulmana dal principe Ghazi bin Muhammad (Giordania). A fine udienza il Pontefice ha ringraziato in particolare le suore scalabriniane per il loro lavoro a favore di “immigrati e rifugiati”

 

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