XXXIV Domenica del Tempo Ordinario – Gesù Cristo Re dell’universo – 15 novembre 2018

Il Vangelo della Festa

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Ascoltiamo il Vangelo:

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giu­deo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno con­segnato a me. Che cosa hai fatto?».
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù».
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce»”.

Gesù si presenta a noi come re. Ma non è il re tracotante, prepotente, che vuole tutti ai suoi piedi. Lui parla di un regno diverso e di una regalità carica non di desiderio di potere di prevaricazioni, supremazie, ma, semplicemente, di servizio, di dedizione all’altro, di promozione, inclusione, integrazione. In questo regno chi vuole essere grande si fa servo. Proprio come Gesù stesso ha detto e vissuto. “Non sono venuto per farmi servire, ma per essere servo”. Parole che ci consegnano una vertigine: servo allora è un nome di Dio; Dio è mio servitore! Cosa per niente facile, perché temiamo che il servizio sia nemico della felicità, che esiga un capitale di coraggio di cui siamo privi, che sia il nome difficile, troppo difficile, dell’amore. In questo modo vanno a pezzi le vecchie idee su Dio e sull’uomo: Dio non è il Padrone dell’universo, il Signore dei signori, il Re dei re: è il Servo di tutti! Non tiene il mondo ai suoi piedi, è inginocchiato lui ai piedi delle sue creature; non ha troni, ma cinge un asciugamano. Come sarebbe l’umanità se ognuno avesse verso l’altro la premura umile e fattiva di Dio? Se ognuno si inchinasse non davanti al potente ma all’ultimo?

Noi non abbiamo ancora pensato abbastanza a cosa significhi avere un Dio nostro servitore. Il padrone fa paura, il servo no. Cristo ci libera dalla paura delle paure: quella di Dio. Il padrone giudica e punisce, il servo non lo farà mai; non spezza la canna incrinata ma la fascia come fosse un cuore ferito. Non finisce di spegnere lo stoppino dalla fiamma smorta, ma lo lavora finché ne sgorghi di nuovo il fuoco. Dio non pretende che siamo già luminosi, opera in noi e con noi perché lo diventiamo.

Se Dio è nostro servitore, chi sarà nostro padrone? Il cristiano non ha nessun padrone, eppure è il servitore di ogni frammento di vita. E questo non come riserva di viltà, ma come prodigio di coraggio, quello di Dio in noi, di Dio tutto in tutti. E mentre la logica della nostra storia sembra avanzare per esclusioni, per separazioni, per respingimenti alle frontiere, il Regno di Dio avanza per inclusioni, per abbracci, per accoglienza.

Questo è l’insegnamento della cattedra più difficile al mondo: quella della croce. Ma chiunque oggi è crocifisso per amore ci dona lo stesso intenso insegnamento perché la cattedra è la medesima. I regni di questo mondo si nutrono di violenza, fanno stillare troppo sangue per dominare, istigano al sopruso, alla prevaricazione; Gesù, invece, è mite, arrendevole, compassionevole, addirittura arriva alle vette e ai vertici a cui si può spingere un amore puro per gli altri: perdona perfino, scusandoli, coloro che gli stanno procurando la morte. Non parole di odio, di avversione ma di perdono.

Le braccia aperte di Dio sulla croce, spalancate sul mondo intero, sono il segno dell’amore inclusivo e regale che solo Dio sa esprimere in favore dell’uomo. La notizia vera è che non deve essere meritato, ma solo accolto.

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