VIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 3 marzo 2019

L’esempio come insegnamento e guida

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Ascoltiamo il Vangelo:

“In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutt’e due in una buca? Il discepolo non è da più del maestro; ma ognuno ben preparato sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello, e non t’accorgi della trave che è nel tuo? Come puoi dire al tuo fratello: Permetti che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio, e tu non vedi la trave che è nel tuo? Ipocrita, togli prima la trave dal tuo occhio e allora potrai vederci bene nel togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non c’è albero buono che faccia frutti cattivi, né albero cattivo che faccia frutti buoni. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dalle spine, né si vendemmia uva da un rovo.  L’uomo buono trae fuori il bene dal buon tesoro del suo cuore; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male, perché la bocca parla dalla pienezza del cuore»”.

Il nipote del Mahatma Gandhi riporta un episodio prezioso della vita del grande pacifista e statista indiano. Un giorno si presenta da lui una mamma che aveva un bambino, che a suo dire, faceva uso spropositato di caramelle essendone eccessivamente goloso. Andò da lui riferendogli il fatto e chiedendo un intervento risolutivo nei confronti del figlio. Il Mahatma le disse di tornare dopo quindici giorni. Allo scadere del tempo indicato, la donna si reca nuovamente da lui e ascolta quanto ha da dirle. Rivolgendosi al bambino gli dice: “Per quindici giorni non devi mangiare caramelle”. La mamma, stupita dal fatto che secondo lei, gli avrebbe potuto chiedere la stessa cosa anche quindici giorni prima, lo fa notare a Gandhi, il quale le risponde: “ Vede signora, anch’io sono goloso di caramelle, ma prima di chiedere a suo figlio questo sacrificio, l’ho voluto fare prima io per mettermi alla prova”.

L’importanza dell’esempio da dare come testimonianza è fondamentale soprattutto per chi crede, o peggio, presume di poter insegnare agli altri. Se uno è cieco come può indicare la strada ad un altro cieco? Se uno ha la vista impedita da una trave come potrà vedere la pagliuzza che è posta nell’occhio di un fratello? La famosa espressione di Paolo VI: “Il mondo crede più ai testimoni che ai maestri” è sempre attuale. Insegnare con lo stile della propria vita insaporita e impreziosita dalla coerenza è il modo migliore per far apparire in noi stessi la voglia di poter educare gli altri. Il cristianesimo si predica con le parole e con l’esempio. I gesti molte volte sono più eloquenti di tante belle parole, forse anche prive di senso, dette tanto per dirle. Chi ascolta se ne accorge se la sorgente da cui derivano le parole è un cuore coerente o in subbuglio e combattuto dal desiderio di apparire.

Chi insegna con lo stile della sua vita ha più credibilità e riceve maggiore attenzione e disponibilità collaborativa. Soprattutto quando si deve correggere qualcuno lo si deve fare con la forza dell’esempio e non con la sapienza della dottrina o peggio con la superbia di chi vuole ergersi a maestro. Chi desidera indicare una strada la deve conosce re e praticare meglio e di più di coloro ai quali la propone. Nessuno degli insegnamenti di Gesù non sono stati prima da lui praticati e poi proposti come stili di vita. Lì dove Gesù ci indirizza lui ci sta già aspettando, ci precede, in tutto.

Se ogni albero si riconosce dal suo frutto e se vediamo che il nostro è infruttifero occorre praticare l’innesto. La vera linfa vitale ce la dona lui il Maestro per eccellenza: Gesù. Da lui occorre imparare, alla sua scuola dobbiamo appartenere per scelta perché ha molto da insegnarci con la sua compagnia ed esemplarità. Allora saremo tutti portatori di frutti per il bene comune e per la sazietà di tutti.

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