II Domenica di Quaresima – Anno A – 12 marzo 2017

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“In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti»”.

Salire in alto significa conoscere le vertigini. Distaccarsi dall’ordinario, sfidare se stessi nella fatica della salita per essere consolati dalla meraviglia di ciò che si conquista. Nella bibbia i monti hanno un significato tutto particolare. Non sono solo identificativi di un punto geografico ma indicano altro, hanno un contenuto teologico, spirituale. Innanzitutto erano considerati sacri perché si riteneva fosse la sede della divinità, ma indicavano anche l’ascesa verso Dio dove lui, nella solitudine e nel silenzio incontra chi ci sale. L’Horeb o Sinai, il Sion, il Nebo, il monte delle beatitudini, il Tabor, il Calvario, il monte degli ulivi son alcuni dei monti, tra i più importanti e significativi, dove Dio si è rivelato ed ha incontrato l’uomo. Con lui ha scritto la storia della salvezza.

            Gesù prende con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li porta sul monte. Lì in disparte si rivela ad essi come mai era accaduto, li investe ed avvolge della sua luce. Si trasfigura, si trasforma e, così facendo, trasforma anche la loro vita i loro desideri e le loro attese. Ormai non vogliono scendere più, vorrebbero eternizzare quel momento tanto era bello ed intenso, profondo e travolgente.

            Anche questo tempo di Quaresima ci ha portati in disparte, ci ha fatto rientrare un po’ in noi stessi, ci spinge ai vertici di Dio con la preghiera, il digiuno e la meditazione della Parola di Dio. Anche noi possiamo far esperienza d’intimità, essere avvolti dalla luce, sprigionare la nostra luce. La forza attrattiva che sprigiona la tenerezza di Dio ci deve saziare e ci deve sedurre. Con Dio non è possibile avere un rapporto di sudditanza, di schiavitù e servilismo ma di liberazione, di consolazione e di figliolanza.

Quando si sperimenta questo aumenta il desiderio della stare insieme, si occasionano incontri, relazioni, ci si sazia dell’altro. Questo Dio vuole fare con ciascuno di noi: essere il nostro alimento, il nostro sostegno, la nostra forza. Occorre salire in alto, alzarci ai vertici di Dio, se non ne siamo capaci sarà sempre lui, pur di non farci essere orfani, a caricarci sulle sue spalle e farci sentire l’ebrezza del suo amore facendoci assistere alla sua trasfigurazione come anticipazione della nostra, giacché siamo chiamati a vivere in eterno con lui.

 

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